Tutti coloro che usano internet più o meno si sono
fatti un'idea sulla vicenda Napster e non sarebbe per nulla
sorprendente sapere che attorno alle case discografiche si
sta creando una forte antipatia da parte degli utenti. Realisticamente
uno dei fattori maggiormente influenti nell'exploit di Napster
è la situazione attuale dei prezzi imposti dalle case discografiche,
gravati peraltro di tassazioni statali. D'altronde Napster
ha parecchi difetti e scaricare una canzone può diventare
parecchio frustrante. Chi lo usa sa benissimo quanto frequenti
siano le occasioni in cui un download s'interrompe quasi alla
fine o quanto spesso sia impossibile anche connettersi. Insomma,
scendere sotto casa e comprare un CD è molto più rilassante,
facile e pratico; solo, troppo più costoso. Un prezzo di circa
40.000 a CD invoglia i più a stare a casa a combattere contro
la scarsità di banda e l'interruzione dei download al 90%.
Sembra sensato ritenere che fino ad ora i soggetti economici
interessati nella produzione e distribuzione di musica hanno
fissato i prezzi dei loro prodotti non tanto sul valore delle
proprietà intellettuali nè tanto meno su quello dei supporti
fisici ma, piuttosto, sulla scarsa capacità del mercato di
"approvvigionarsi di musica" in modi alternativi. Napster
in quest'ottica appare molto pericoloso, poichè fluidifica
lo scambio di musica ad un punto tale da rendere non impensabile
un contraccolpo sulla vendita di CD. Contraccolpo che peraltro
non si è ancora verificato, dal momento che ci sono anche
altri fattori che invogliano all'acquisto di un CD (che rimane
un bene di natura molto più tangibile di qualche file sparso
per un hard disk). C'è poi un altro importante elemento che
rende Napster un pericolo per le case discografiche; queste
svolgono un ruolo di intermediazione fra il musicista e la
clientela, attraverso pubblicazione e distribuzione. Se già
è facile tradurre la propria musica in formato mp3 e inserirla
nel proprio sito, la pubblicazione su una pagina web riconduce
ai problemi di visibilità comuni a tutto il web: inserire
la propria produzione su una pagina amatoriale e non pesantemente
sponsorizzata sarebbe come gettare uno ago in un pagliaio.
Napster invece può far circolare quella musica e può addirittura
pubblicizzarla sulla propria pagina (quella che appare per
prima appena aperto il programma) rendendola molto visibile
a costi sicuramente inferiori a quelli richiesti da una casa
discografica. Se un sistema del genere avesse il tempo di
radicarsi e perfezionarsi gli introiti delle case discografiche
potrebbero subire un crollo significativo. Alcune considerazioni
vanno anche rivolte al diritto d'autore vigente: si tratta
di un sistema di gran lunga inadatto ai nuovi media elettronici,
che incontrerà i suoi limiti ad una velocità proporzionale
alla sua incapacità di ostruire il corso del progresso tecnologico.
Se oggi i grandi capitali delle case di produzione riescono
a spingere la macchina giuridica verso decisioni anche piuttosto
discutibili, domani potrebbero non riuscire a coprire tutte
le falle di un sistema giuridico non funzionale. Per inciso,
in un periodo di grande fermento attorno alla pedofilia e,
soprattutto, caratterizzato da una sensazione d'impotenza
davanti alla complessità di Internet, suscita perplessità
l'urgenza con cui le case discografiche sono riuscite ad imporre
un ruolo attivo agli ISP (che per legge non sono responsabili
di ciò che fanno nella rete i loro utenti), conclusosi, in
Belgio, con procedimenti legali a carico di alcuni individui
trovatisi da un giorno all'altro (dopo la sentenza in USA)
ad essere trattati alla stregua di criminali. Malgrado gli
ultimi eventi, la situazione non pare avviarsi ad una rapido
ripristino dello status quo. Un server Napster è facilmente
implementabile ed esistono numerosi client alternativi che
funzionano spesso meglio di Napster stesso. Napster in questo
quadro rappresenta dunque solo una fase del processo che prevedibilmente
finirà col cambiare molto la configurazione del diritto d'autore
e il ruolo dei discografici che in anni di "pacchia" hanno
accumulato capitali impressionanti. Ciò che importa è che
il processo non si ferma con Napster, anche qualora la sua
popolarità, avendone fatto un capro espiatorio, ne decreti
la scomparsa.
Ma...
Fin dai tempi di Michelangelo l'arte ha il suo prezzo. Porla
al di fuori di ogni logica economica rappresenta un errore
non meno grave di quello che vorrebbe porre la logica economica
al centro dell'arte. L'idea di un canone mensile per Napster
(a patto che la qualità del servizio migliori) o la tassazione
dei CD vuoti (già applicata in Francia) appaiono soluzioni
adatte a compensare gli artisti. Inoltre il mercato dei CD
non è per nulla destinato a scomparire: un certo ridimensionamento
(anche considerata la relativamente scarsa diffusione di Internet)
non impedirà ottimi profitti nel breve tempo. Gli stessi artisti
poi possono offrire prestazioni (concerti, unplugged) che
qualunque tecnologia non può replicare. Potrebbe darsi (e
molti lo sperano) che lo strimpellatore della settimana debba
affrontare la dura realtà di non essere miliardario dopo un
singolo di successo... ma sarebbe davvero un problema?
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2001Fabio Sonnati.
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